Stalking

Stalking. Se ne sente parlare ovunque, i casi sono all’ordine del giorno e chiunque può trovarsi coinvolto in una situazione del genere, anche noi stessi, quando meno ce lo aspettiamo. Ma effettivamente, cos’è? Quando è che qualcuno varca la soglia del reato? E’ punito dalla legge? A queste domande che spesso ci poniamo cercheremo di rispondere qui di seguito.

Quando si può chiamare Stalking?

Le condizioni oggettive per cui si può parlare di reato di stalking sono definite dalla legge e sono le seguenti : ripetizione di condotte persecutorie, idonee a causare nella vittima un “perdurante e grave stato di ansia o di paura”, determinando un “fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva”, ovvero a costringerla ad alterare le proprie abitudini di vita.

Va precisato che la reiterazione di tali condotte persecutorie può essere rappresentata anche da due soli episodi. Inoltre, le condotte relative al reato, possono verificarsi anche nel caso in cui non ci sia la presenza fisica dell’aggressore, quindi anche in caso di persecuzioni tramite telefonate, sms, o qualsiasi altro tipo di comunicazione a distanza.

Reato di stalking, cosa dice la legge

Il reato di stalking è inserito nel nostro ordinamento legislativo tra i reati di atti persecutori. La definizione e le relative pene per l’attuazione del reato sono definite dall’articolo 612-bis del codice penale che sancisce che :

“salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.

La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata.

Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio.”

Divieto di avvicinamento

Per tutelare ulteriormente la vittima, la legge ha ampliato le misure cautelari, inserendo anche quella di ‘divieto di avvicinamento’ ai luoghi frequentati dalla vittima, in particolare la legge impone all’aggressore “di non avvicinarsi a luoghi determinati, abitualmente frequentati dalla persona offesa, ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”, e al terzo comma e in caso di ulteriori necessità di tutela, “di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dai prossimi congiunti della persona offesa o da persone con questa conviventi o comunque legate da relazione affettiva”.

Come effettuare una denuncia

Per la prima volta può essere applicata dalle forze dell’ordine una forma di tutela nei confronti della vittima, che prevede l’ammonizione dell’aggressore, senza tuttavia che sia effettuata una denuncia. Raccontando l’accaduto, il questore inviterà l’aggressore ad interrompere ogni interferenza che egli abbia con la vita della vittima e lo avvertirà delle possibili conseguenze per la reiterazione del fatto.Nel caso in cui la vittima voglia procedere ad una vera e propria denuncia ha la possibilità di farlo entro 6 mesi dall’accaduto. Un racconto dettagliato dei fatti è fondamentale per la successiva attuazione di tutte le misure di tutela previste dalla legge, e per la condanna dell’aggressore.